"son uno che si chiede la ragione del mondo e del suo avvelenato fiore"
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alternative La Comune di Ovada
Una giornata di studi e un libro ripercorrono l’esperienza del più importante esperimento hippy in Italia (1970-71). |
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Tra l’estate 1970 e novembre 71 alcuni cascinali del Monte Colma sull’Appennino ligure-piemontese, nei pressi di Ovada (Alessandria), accolgono un insediamento hippy. Nel corso dei mesi una novantina di ragazzi e ragazze provenienti per lo più da esperienze della Beat Generation e della contestazione del ’68, occupano e gestiscono diverse cascine abbandonate mettendo in pratica il desiderio di vivere a contato con la natura, lontano dalla famiglia/prigione, dalla società mercantile, dalla schiavitù del lavoro salariato, lontano dal ghetto della città caotica/fumosa/oppressiva.
Oltre a vivere in simbiosi con la natura, vogliono sperimentare rapporti umani diversi, basati sulla fraternità, sull’amore, sulla solidarietà; dal punto di vista della produzione la loro pratica è di mettere tutto in comune, basandosi sui concetti dell’autogestione per garantire la sopravvivenza della comunità: il lavoro dei campi, la semina, il raccolto, gli animali da cortile, l’arte, la creazione di monili e manufatti diversi rappresentano le fonti primarie di sussistenza, alle quali si aggiungono gli aiuti da parte di altri loro compagni/fratelli che dalle città fanno quanto possono per rendere loro la vita meno precaria e dura. I loro stretti rapporti col movimento underground li rende subito famosi anche all’estero: Ovada diviene, dunque, meta di pellegrinaggio da parte di giovani provenienti da tutti i paesi.
A distanza di 37 anni, a fine maggio scorso, è stata organizzata nella cittadina di Tagliolo Monferrato (Alessandria) una giornata di studi ed una mostra documentaria per ricordare gli eventi di quella irripetibile esperienza che è stata la Comune di Ovada. Per l’occasione è stato pubblicato anche un libro: La Comune hippy di Ovada: un’utopia vissuta. Storia, immagini, testimonianze.
Di un certo rilievo l’intervento di Ignazio Maria Gallino, forse l’unico in Italia ad aver raccolto e custodito la produzione underground a partire dall’esperienza di “Mondo Beat” fino agli anni Settanta, costruendo pezzo per pezzo un “Archivio Storico della Stampa Underground” che solo recentemente ha trovato una sede e presto potrà aprire le porte alla ricerca. Il suo è stato un intervento importante perché ha ricostruito, passo passo, mese dopo mese, la nascita, l’evoluzione e il tramonto dell’esperienza comunarda, non dimenticando di ricordare anche le sperimentazioni di diete alimentari a base di riso, erbe, radici e frutti del luogo. La nudità era naturale, la disponibilità sessuale diffusa e spesso destituita da ogni sottinteso sentimentale.
Un secondo elemento, contiguo all’incontro, è dato dalla pubblicazione del volume “La Comune hippy di Ovada. Un’Utopia vissuta. Storia, immagini, testimonianze”, curato da I. M. Gallino, che contiene le cinque relazioni presentate al convegno tenuto a Tagliolo Monferrato il 31 maggio scorso. Ma non solo. Le 222 pagine del libro rappresentano un eccezionale documento storico, ricco di foto e documenti dell’epoca: le cascine, la valle, i boschi che hanno accolto l’esperienza comunitaria; l’arrivo dei giovani “capelloni”, le scritte sui muri, il lavoro dei campi, l’ozio sulle rive di un torrente e la libertà di stare nudi. Foto dei diversi momenti di vita quotidiana, primi piani di chi c’è stato, l’arrivo dei carabinieri, le proteste contro lo sgombero e, infine, l’esodo dopo l’incendio delle cascine.
Il volume La comune hippy di Ovada costa 25 euro + spese di spedizione e va richiesto a |

Altri fatti che la storia ignora sulla preparazione ed esecuzione della bomba al Diana voglio ora non passare sotto silenzio in quanto che credo ormai giunto il momento di fare intorno a quell’atto un po’ di luce, onde sfatare tutte le sciocchezze che su di noi e su di me in particolare, furono dette e ritenute vere.
Prima però di scendere nei particolari di quel tragico fatto ritengo necessario dire subito, anche se nelle spiegazioni successive risulterà maggiormente evidente, che senza l’arbitraria e prolungata detenzione in carcere di Errico Malatesta, l’attentato non solo non sarebbe mai stato fatto, ma neppur pensato.
Quello, forse, che non risulterà a tutti egualmente evidente, per quanto ogni persona onesta lo scorga di primo acchito, è la ricerca da parte delle forze del governo, in combutta con qualche partito politico, di un fatto che servisse loro a demolire il prestigio di un uomo o di un movimento, ostacolanti i loro piani politici. Se le nostre precedenti attività terroristiche lasciano supporre in noi una formazione mentale predisposta ad azioni del genere, abbiamo anche esplicato altre attività che dimostrano tutto il contrario: la nostra partecipazione a tutte le lotte sindacali, alle agitazioni e manifestazioni collettive e alla preparazione della rivoluzione. Nel marzo del 1921 la nostra volontà era galvanizzata non solo dal fatto particolare di Malatesta detenuto e in istato di rivolta con lo sciopero della fame, ma da tutto il fermento politico e sociale del momento di cui, si può dire, noi eravamo il prodotto e l’espressione. La coscienza nostra non era oscurata, ma non è immaginabile fuori da quel particolare ambiente. C’era in noi una volontà operante, che non era solo l’espressione del nostro carattere, ma era anche l’espressione di uno stato di esasperazione. Non sono gli uomini della nostra fede politica né della nostra concezione sociale che godono del male che possono fare ai proprii simili; la rivoluzione che auspichiamo e alla maturazione della quale diamo tutto, anche la vita, esclude che si colpisca a casaccio, facendo delle vittime innocenti. Qualche volta il voler impedire che sia minacciata la libertà e la vita di uno dei nostri può suggerire il ricorso alla forza contro la forza, ma mai una violenza fine a se stessa, per quanto la disperazione possa accecare. Se poi le circostanze, trascendendo volontà e propositi, fanno seminare la morte dove si vorrebbe la pace, non diremo la solita frase con la quale gli storici da strapazzo hanno sempre creduto di giustificare i delitti di tutti i tiranni: “ Fate il processo alla storia ”. Ma diremo invece, come nel suo interrogatorio ebbe a dire il mio povero compagno Aggugini : “ Noi piangiamo sulle vittime del Diana, mentre voi non piangete mai su tutte le vittime che il vostro sistema sociale semina tutti i giorni a migliaia”.
E se il coraggio delle nostre modeste autodifese e il fiero comportamento ci hanno fatto giudicare dai prezzolati giornalisti e dai benpensanti per dei cinici, oggi dico a loro quel che pensavo allora: il giorno che avrete il coraggio di riconoscervi degli uomini con tutto il vostro bene e tutto il vostro male come lo riconosciamo per noi, meriterete che si prendano in considerazione i vostri giudizi.
Tratto da: Giuseppe Mariani, Memorie di un ex-terrorista, Torino, 1953.

Libereso Guglielmi
“Il nuovo giardiniere era un ragazzo con i capelli lunghi e una crocetta di stoffa in testa per tenerli fermi. Adesso veniva su per il viale con l’innaffiatoio pieno, sporgendo l’altro braccio per bilanciare il carico. Innaffiava le piante di nasturzio, piano piano, come se versasse caffelatte: in terra, al piede delle piantine, si dilatava una macchia scura, quando la macchia era grande e molle lui rialzava l’innaffiatoio e passava a un’altra pianta. Il giardiniere doveva essere un bel mestiere perchè si poteva fare tutte le cose con calma. Maria-nunziata lo stava guardando dalla finestra della cucina. (...). - Ciao - disse il ragazzo-giardiniere. Aveva la pelle marrone, sulla faccia, sul collo, sul petto: forse perché stava sempre così, mezzo nudo. - Come ti chiami ? - disse Maria-nunziata. - Libereso - disse il ragazzo-giardiniere. Maria-nunziata rideva e ripetè Libereso... Libereso... che nome, Libereso. - È un nome in esperanto - disse lui - vuol dire libertà in esperanto». Sono passati quasi settant’anni dalla scena descritta da Italo Calvino nel suo racconto “Un pomeriggio. Adamo” e Libereso Guglielmi - “il giardiniere di Calvino” - definizione inventata nel 1993 da Ippolito Pizzetti - è qui davanti a me e non mi pare poi cambiato molto, nella sostanza, a dispetto degli 84 anni. Mi porge un piccolo fiore giallo (nome scientifico: Oxalis pes-caprae): «Assaggialo, sa di aceto, bisogno di condirla». se si mette nell’insalata non c’è neppure bisogno di condirla>. In effetti, a ben guardare, Libereso non è esattamente uguale, non ha l’innaffiatoio in mano ma probabilmente è solo perché piove. Piove a dirotto, ma lui non sembra farci molto caso. Io e il fotografo Gianni Ansaldi siamo dotati di giacche a vento e cappucci ma lui no, sfida l’acqua con la sua folta chioma di capelli candidi e un vecchio maglione norvegese e tutto l’insieme sembra assolutamente impermeabile.
«Sono abituato, anche nel deserto indiano quando di notte la temperatura scendeva da 40 a zero gradi, io me la cavavo con questo maglioncino», racconta. Di entrare in casa non se ne parla nemmeno. Libereso ci ha accolto nel suo piccolo grande giardino selvaggio, nella sua giungla personale incastonata nel cemento di Sanremo, senza alcun convenevole, come vecchi amici, è entrato subito in argomento e l’argomento è il suo giardino, un archivio della biodiversità, dove ogni ramo è una romanzo, ogni foglia una lezione di botanica, di storia, di geografia, di gastronomia. Avendo dei dubbi sul fatto che ogni giardino racchiuda una visione del mondo basta ascoltare cinque minuti Libereso per fugarli tutti.
«L’altro giorno mio nipotino di quattro anni stava scavando in giardino, distruggendo i bulbi che avevo appena piantato; gli ho chiesto che faceva e mi ha risposto che voleva far prendere un po’ d’aria ai vermi. L’ho lasciato fare perché era più interessante la sua risposta dei miei bulbi. Poi mi ha portato a vedere una biscia che aveva catturato, “nonno morde?” “no, solo una puntura di spillo”. Mi ha ricordato quando andavo in giro con Mario Calvino, mi riempivo la camicia di bisce e le portavo a casa; se le accarezzi un po’, non ti mordono più, capiscono che non seio un nemico>. Proprio come nel racconto di Italo: «Quando tornò in cucina Libereso non c’era, Né dentro, né sotto la finestra. Maria-nunziata si avvicinò all’acquaio. Allora vide la sorpresa. Su ogni piatto messo ad asciugare c’era un ranocchio che saltava, una biscia era arrotolata dentro una casseruola, c’era una zuppiera piena di ramarri, e lumache bavose lasciavano scie incandescenti sulla cristalleria. Nel catino pieno d’acqua nuotava il vecchio pesce rosso».
«Ho lavorato con Mario Calvino, come come borsista della Stazione sperimentale di floricultura, che era nata nel 1925 a Sanremo , da quando avevo 15 anni, nel 1940, fino alla sua morte nel 1951 ed ho vissuto fianco a fianco con Italo, che era più vecchio di me di soli due anni e con Fiorenzo che poi diventerà un grande geologo. Da Mario Calvino ho imparato tutto, anche come si legge un libro. Quando gli chiedevo qualche consiglio lui tu mi rispondeva che tutti i libri sono buoni ma che l’importante è quello che ci mettiamo dentro noi, della nostra vita, della nostra esperienza. Da allora ho imparato a copiare, a prendere qua e là quello che mi serve. E l’ho fatto anche con l’altro mio maestro il grande disegnatore Antonio Rubino». Si perché Libereso è anche un ritrattista, di persone oltreché di piante. La tecnica dell’acquerello botanico l’ha imparata in Inghilterra dove ha lavorato per dieci anni nei giardini di Parker Bowles, lo zio di Camilla, moglie di Carlo d’Inghilterra. «Gli inglesi hanno questa tradizione del giardiniere-botanico, che conosce le classificazioni ma sa anche fare un innesto, che unisce cioè teoria e pratica». Adesso Libereso ha messo un pizzico della sua sapienza vegetale in un piccolo ma prezioso libretto, “Oltre il giardino. Le ricette di Libereso Guglielmi”, a cura di Claudio Porchia, (Socialmente). Partendo proprio dalle 400 varietà del suo giardino ha elaborato un ricettario unico nel suo genere che è anche un micro-manuale di botanica. «Siamo tutti un po’ abbelinati» sentenzia «coltiviamo e mangiamo sempre le stesse cose e così ci perdiamo i sapori meravigliosi di almeno trecento specie commestibili. Come l’Alstroemeria: si mangiano i getti nuovi come asparagi o il Tropaeolum: i fiori si mettono insalata, i boccioli si usano come capperi. Le foglie di Philadelphus hanno il gusto di cetriolo, mentre quelle di Plantago major sembrano porcini». Il viaggio nel giardino di Libereso potrebbe non finire mai: senti che profumo, assaggia questa radice, quest’altra puoi metterla sul terrazzo. «Qui convivono liberamente piante di tutto il mondo che non solo non si “combattono” ma “collaborano”. Potrebbe accadere anche agli umani se non ci fossero tanti capi pronti a ordinarci come dobbiamo vivere». E’ chiaro che Libereso non ha mai dimenticato le sue radici. Quelle anarchiche, naturalmente.
m'è accaduto più volte, trovandomi a discutere delle mie idee con persone colte, di dover constatare, per le domande rivoltemi e per le obbiezioni mossemi, che il movimento anarchico, che pure fa parte, e non piccola, della storia del socialismo, è o semi-ignorato o malamente conosciuto. Non mi sono, quindi, stupito, leggendo l'articolo del prof. Gaetano Mosca sul materialismo storico, nel vedere annoverato tra i socialisti utopisti il Proudhon, che rimarrebbe mortificato nel vedersi posto a braccetto con quel Blanc, che egli saettò con la più aspra ironia per aver posto "l'Eguaglianza a sinistra, la Libertà a destra e la Fratellanza in mezzo, come il Cristo fra il buono e il cattivo ladrone".
Per escludere il Proudhon dagli scodellatori della zuppa comunista, basterebbe la critica alla formula, che divenne poi il credo Krapotkintano "da ciascuno secondo le sue forze ed a ciascuno secondo i suoi bisogni", formula che egli chiama una casuistica avvocatesca, poiché non vede chi potrà fare la valutazione delle capacità e chi sarà giudice dei bisogni. (Cfr. L'Idée générale de la Révolution au dix-neuviéme siécle. - Garnier, Paris, 1851, p. 108).
L'errore in cui è caduto il Mosca è interessante, poiché dimostra come sia sfuggito a molti studiosi della storia del socialismo questa verità: che il collettivismo dell'Internazionale ebbe un valore essenzialmente critico. Fatto che è stato negato anche da alcuni anarchici, come da L. Fabbri, che sostiene essere l'anarchismo "tradizionalmente e storicamente socialista" in quanto ha per base della sua dottrina economica "la sostituzione della proprietà socializzata alla proprietà individuale" (cfr. Lettere ad un socialista; Pensiero - 1910, n. 14, p. 213).
Basta una rapida scorsa alla storia della Iª Internazionale per smentire questa affermazione. L'Internazionale nacque in Francia, nell'atmosfera ideologica del mutualismo proudhoniano, e, come dice Marx in una sua lettera relativa al Congresso di Ginevra (1866), non aveva, nel suo primo tempo, espressa alcuna idea collettivista né comunista. Il rapporto Longuet nel Congresso di Losanna (1867) dimostra che Proudhon dominava ancora. E tale dominio si riscontra nel Congresso di Bruxelles (1868), in cui, tuttavia, si affacciò l'idea collettivista, ma in modo generico e limitata alla proprietà fondiaria e alle vie di comunicazione. La collettivizzazione affermata nel IV Congresso, quello di Basilea (1869), fu limitata al suolo. L'influenza praudhoniana, dunque, è parallela all'anti-comunismo e all'anti-collettivismo.
Al collettivismo aderirono Bakounine e seguaci; ma vedendo in esso più che un progetto di forma economica, una formula di negazione della proprietà capitalista. Bakounine era entusiasta di Proudhon. Egli (Cfr. Oeuvres, I, 13-26-29) esalta il liberismo nord-americano [non erano ancora sorti i trusts], e dice "La libertà dell'industria e del commercio è certamente una gran cosa, ed è una delle basi essenziali della futura alleanza internazionale fra tutti i popoli del mondo". E ancora: "I paesi d'Europa ove il commercio e l'industria godono comparativamente della più grande libertà, hanno raggiunto il più alto grado di sviluppo". L'entusiasmo per il liberismo non gli impedisce di riconoscere che fino a quando esisteranno i governi accentrati e il lavoro sarà servo del capitale "la libertà economica non sarà direttamente vantaggiosa che alla borghesia". In quel direttamente vi è una seconda riserva. Infatti egli vedeva nella libertà economica una molla di azione per la classe borghese, che egli afferma essere ingiusto considerare estranea al lavoro (Cfr. Oeuvres, I, pp. 30 e segg.), e non poteva non riconoscere la funzione storica del capitalismo attivo. Interessanti sono anche i motivi delle simpatie del B. per il liberalismo nord-americano, poiché ci spiegano che cosa egli intendesse per proprietà.
Il B. fa presente che il sistema liberista nord-americano "attira ogni anno centinaia di migliaia di coloni energici, industriosi ed intelligenti", e non si impressiona punto all'idea che costoro divengano, o tentino divenire, proprietari.
Anzi, si compiace che vi siano coloni che emigrano nel Far West e vi dissodino la terra, dopo essersela appropriata, e nota che "la presenza di terre libere e la possibilità per l'operaio di diventare proprietario, mantiene i salari ad una notevole altezza ed assicura l'indipendenza del lavoratore" (Cfr. Oeuvres, I, 29).
La concezione del valore energetico della proprietà, frutto del proprio lavoro, è la nota fondamentale della ideologia economica del B. e dei suoi più diretti seguaci. Tra questi Adhémar Schwitzguébel, che nei suoi scritti (Cfr. Quelques écrits, a cura di J. Guillaume, Stock, Paris, pagina 40 e seguenti) sostiene che l'espropriazione rivoluzionaria deve tendere a concedere ad ogni produttore il capitale necessario a far valere il suo lavoro. La dimostrazione storica dell'anti-comunismo bakunista sta nel fatto che le tendenze comuniste nell'Internazionale italiana trionfarono nel 1867, quando l'attività del Bakounine era quasi interamente sospesa (Cfr. Introd. del Guillaume alle Oeuvres de B., p. XX) e nel fatto che in Spagna, ove l'Alleanza aveva piantato profonde radici, perdura una corrente anarchica collettivista in senso bakunista.
Se il collettivismo dell'Internazionale fosse stato compreso dal Mazzini non ci sarebbe stato il fenomeno della sua critica anti-comunista. Così criticava il Mazzini: "L'Internazionale è la negazione di ogni proprietà individuale, cioè di ogni stimolo alla produzione... Chi lavora e produce, ha diritto ai frutti del suo lavoro: in ciò risiede il diritto di proprietà... Bisogna tendere alla creazione d'un ordine di cose in cui la proprietà non possa più diventare un monopolio, e non provenga nel futuro che dal lavoro". Saverio Friscia, nella "Risposta di un internazionalista a Mazzini", (pubblicata sopra il giornale bakunista L'Eguaglianza di Girgenti, e ripubblicata dal Guillaume, che la trova superba e l'approva toto corde [Cfr. Oeavres de B., vol. VI, pp, 137-140]) rispondeva: "Il socialismo non ha ancora detto la sua ultima parola; ma esso non nega ogni proprietà individuale. Come lo potrebbe, se combatte la proprietà individuale (leggi: capitalista) del suolo, per la necessità che ogni individuo abbia un diritto assoluto di proprietà su ciò che ha prodotto? Come lo potrebbe se l'assioma "chi lavora ha diritto ai frutti del suo lavoro", costituisce una delle basi fondamentali delle nuove teorie sociali?". E dopo aver analizzato le critiche del Mazzini, esclama: "Ma non è questo del puro socialismo? Che cosa volevano Leroux e Proudhon, Marx e Bakunin, se non che la proprietà sia il frutto del lavoro? E il principio che ogni uomo deve essere retribuito in proporzione alle sue opere, non risponde forse a quell'ineguaglianza di attitudini e di forze ove il socialismo vede la base dell'eguaglianza e della solidarietà umana?".
In questa risposta del Friscia è netta l'opposizione della proprietà per tutti alla proprietà monopolistica di alcuni; il principio dell'eguaglianza relativa (economica); ed in fine il principio dello stimolo al lavoro rappresentato dalla ricompensa proporzionata, automaticamente, alle opere.
Non pensi, caro Gobetti, che potrebbe essere utile, su R. L., una serie di studi sul liberalismo economico nel socialismo? Credo colmerebbe una grande lacuna e leverebbe di mezzo molti e vecchi equivoci. Credo ne risulterebbe, fra le tante cose interessanti, questa verità storica: essere stati gli anarchici, in seno all'Internazionale, i liberali del socialismo. Storicamente, cioè nella loro funzione di critica e di opposizione al comunismo autoritario e centralizzatore, lo sono tutt'ora.
Tuo C. BERNERI.
Era un famoso cantante punk. Lo abbiamo rivisto al Meeting a parlare di preti e vocazione. Come ci è arrivato? Grazie alle sue radici. E a un incontro
Incontrare Giovanni Lindo Ferretti al Meeting di Rimini è stata una sorpresa. Ma mai quanto scoprire il motivo della sua presenza: la presentazione del libro di Marina Corradi, Innanzitutto uomini, ovvero le storie di alcuni preti della Fraternità San Carlo. L’origine di questo strano mix è Jonah Lynch, giovane prete missionario, nonché uno dei due vicerettori della San Carlo. Dopo aver letto gli articoli comparsi su Il Foglio e l’ultimo libro di Ferretti, Reduce (più che il racconto, un insieme di flashback della sua vita), Jonah decide di partire alla volta di Cerreto Alpi e bussare alla porta del cantante per conoscerlo di persona, farsi raccontare la sua storia e il suo “ritorno a casa”. Nasce così un’amicizia profonda e inaspettata tra due persone in apparenza lontanissime e diverse per origini, storia, esperienze e nazionalità. Un prete nato in Irlanda, cresciuto negli Usa, che ha studiato in Canada e l’ex leader di uno dei più importanti gruppi punk europei, emiliano trapiantato a Berlino, dai trascorsi filo-sovietici. Cosa avranno mai da spartire l’uno con l’altro? Per rispondere bisogna fare un passo indietro. Ripercorrere la storia di Giovanni. E il viaggio che l’ha portato fin qui, all’amicizia con Jonah, e quindi al Meeting.
«Da quando sono nato fino a sei anni ho vissuto da solo con mia nonna, qui a Cerreto, in questa casa molto grande. Eravamo da soli, io e lei, perché mia madre lavorava in città per mantenerci, mio padre era morto, mio fratello stava in collegio e mio zio era in ospedale». Attorno al tavolo della cucina e la sera prima di dormire Giovanni impara le preghiere, l’esame di coscienza, il perdono e la compassione come gesti quotidiani di vita familiare.
Compagna di viaggio
Con l’inizio degli studi arriva l’allontanamento dal suo paese, dalla casa e dalla famiglia. Con il liceo arriva il ’68, l’ideologia, la rottura. L’università a Bologna, poi cinque anni da operatore psichiatrico, e quindi via dall’Emilia, Europa. Sbarcato a Berlino s’imbatte per caso in un compagno emiliano, Massimo Zamboni: nascono i CCCP Fedeli alla linea. Il crollo del Muro sancisce la fine dei CCCP, ma l’ideologia politica continua. «Paradossalmente, nonostante tutto, come una malattia che ti impedisce di vedere come stanno davvero le cose intorno a te». Nel 1992 fonda i CSI (Consorzio suonatori indipendenti). Un altro grande successo. E il viaggio prosegue. Africa, Russia, Jugoslavia, Mongolia… «Non mi sono mai fatto mancare niente di quello che volevo provare».
Ma l’insoddisfazione è per Giovanni una compagna di viaggio fedele. Berlino, l’Europa, i tour, la politica, la musica non bastano più. Torna a casa, a Cerreto. Viene accolto dagli abitanti, ormai tutti anziani e decimati, come non fosse mai partito. Nessuno trova niente di strano nel vederlo comparire in chiesa e, tantomeno, nell’eleggerlo nel consiglio pastorale, per una sorta di «confidenza antica, quasi genetica», nonostante la lunga assenza e una bella cresta blu sulla testa.
«Ciò che avevo sempre preferito e rivendicato come migliore si stava rivelando nient’altro che una zavorra. Al contrario, tutto quello che non avevo scelto e deciso da me rifioriva, assumendo un nuovo valore per la mia vita». Come lievito: l’educazione dell’infanzia, i volti e i ricordi di famiglia, le preghiere e la messa. L’ideologia politica inizia a sollevare il suo peso dalle palpebre, a svelare l’inganno: «Troppo di ciò che credevo mio, mio non era, ma piuttosto si era impossessato di me. Tornare a casa significava tornare a una pienezza di vita conosciuta e ricominciare».
Ricominciare anzitutto prendendosi cura di chi è rimasto a casa, riconoscente dei debiti che la vita gli ha lasciato da saldare nei confronti dei suoi cari e di sé.
Cambiamenti inattesi
Tornare a casa vuol dire anche ritornare in chiesa, perché gesto inscindibile dalla sua memoria domestica e affettiva. Le preghiere imparate da bambino e mai più recitate riaffiorano alla mente e diventano le parole più adatte, le uniche, per descrivere se stesso. Diventano le parole della sua musica. Perché tornare a casa segna l’inizio di una nuova esperienza artistica: la ricerca di canti e tradizioni popolari mariani, e non, che Giovanni comincia a portare in giro per l’Italia sotto forma di spettacoli.
Dal tempo della sua partenza, però, molte cose sono cambiate. Oggi spesso capita che «la messa domenicale può essere un’ora di sofferenza, una discesa nel degrado liturgico, che lascia sgomenti di fronte a Dio e alla tradizione cattolica di cui siamo figli». Alle figure di preti che appartengono alla memoria della sua infanzia, uomini a cui, sia in paese che in famiglia, era dovuto il rispetto e l’obbedienza, si sono sostituiti «pastori protestanti di ottime volontà e grandi impegni».
E proprio quando pare che tra passato e presente la ferita sia incolmabile, Jonah piomba inaspettato nella vita di Giovanni. Non un pastore protestante, non un ricordo del passato, ma un prete in carne e ossa. Un uomo. E un’amicizia.
| « Dopo aver cercato il senso in mille modi senza trovarlo l'ho trovato tornando a casa. Al mio mondo di quando ero bimbo: i monti, il rosario [..] - Ma Giovanni Lindo Ferretti oggi chi è? - Nel Te Deum può scoprirlo. Sono uno che iniziò a curiosare tra i libri dell'allora cardinal Ratzinger per capire perché molti ne parlassero male. E ora che sono tornato a casa, Benedetto XVI è il mio maestro[3] » |
Grazie all'incontro con il movimento di Comunione e Liberazione, ha partecipato all'edizione 2007 del Meeting di Rimini, parlando ad un incontro sui preti della Fraternità Sacerdotale di San Carlo Borromeo.
sono andato a controllare: purtroppo per certe cose ho naso.